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La necessità di procurare l’armamento per i gruppi Fiamme Verdi C 10 e C 12, in quei giorni in grande incremento di effettivi, spinse Bortolo Rodondi (Leone) a trovare dei contatti con alcune persone di Sondrio disposte a procurare e vendere armi e munizioni. La mattina del 28 agosto 1944, insieme ad alcuni uomini (una quindicina) dei due gruppi, partì per la Valtellina.
La sera si stabilirono in una cascina a Carona, un paese oltre l’Aprica, in attesa delle armi che sarebbero dovute giungere da Sondrio, ma di cui non ebbero notizia.
Il 29 agosto Rodondi con due compagni si portò fino a S. Giacomo di Teglio per verificare cosa fosse avvenuto. I fascisti, avvertiti nel frattempo della presenza in zona dei ribelli, sorpresero Leone che da solo si era spinto verso il paese. Ne nacque uno scontro a fuoco. Il giovane venne ferito, ma riuscì a raggiungere i compagni lasciati indietro, ai quali impose di allontanarsi e di ritornare a Carona. Mentre questi riuscirono a sfuggire all’accerchiamento, Rodondi, cercando proteggere la loro ritirata, cadde colpito una seconda volta da una raffica.
Il gruppo delle Fiamme Verdi decise di rimanere nella località e, dopo essersi spostato in una baita sopra Carona, attraverso una staffetta, cercò nuovi contatti con coloro che dovevano fornire le armi.
Un’altra delazione permise ai fascisti di Sondrio, guidati dal maggiore Marchetti, di organizzare un rastrellamento.
Nella notte del 31 agosto circondarono la baita in cui erano i partigiani, rendendone impossibile la fuga. All’alba iniziarono l’attacco. I ribelli reagirono, ma ben presto esaurirono le munizioni e non restò a loro che arrendersi.
Mentre stavano uscendo con le mani in alto, una raffica colpì a morte Enrico Buila e Egidio Natta. Una seconda ferì quattro ribelli Larghi, Ledi, Partigiano e Nino Piloni. I superstiti vennero spinti sul prato, picchiati e insultati. Uno di loro, Angelo Bettini, riuscì a fuggire nel bosco. Nonostante fosse stato ferito al braccio, continuò a correre, arrivò fino a Corteno e si mise in salvo.
Dalle baite di Carona i prigionieri vennero portati a Sondrio, con i feriti caricati sui dei muli. I morti vennero abbandonati insepolti.
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